Interviste

Inside – Bright Racing Shocks: l’artigianalità in ambito progettuale e nel mondo mtb!

Oggi in questa intervista parliamo con Pablo Fiorilli dell’artigianalità, in particolare nel mondo Bright, ma anche in ambito ingegneristico e del settore mtb. E’ un articolo della nostra serie “inside” che andrà nel dettaglio anche squisitamente meccanico e tecnologico dei processi che sono stati ingegnerizzati, pensati, testati ed ottimizzati all’interno di Bright Racing Shocks e dei vari componenti che realizzano una forcella Bright.

Dal Treccani : agg. [der. di artigiano]. – Di o degli artigiani, fatto da un artigiano o da artigiani: il lavoro a.; soprattutto in contrapp. a industriale: tecnica a.; prodotti a., la produzione a. dei mobili di stile. In giudizî su opere d’arte, ha spesso valore limitativo, per indicare scarsezza di genialità, d’inventiva, di originalità: prosa, versi di fattura artigianale. ◆ Avv. artigianalménte, con metodo, tecnica, procedimento artigianale: mobili fabbricati artigianalmente; tappeti tessuti artigianalmente.

Un lavoro artigianale oggi può essere inteso in questo modo, come visto sopra. Una definizione che è entrata nell’immaginario collettivo e che può essere, a nostro avviso, fuorviante e sicuramente da una interpretazione superficiale dell’aggettivo. Quindi inseriamolo nel contesto tecnico più puro e nel contesto Bright e vediamo cosa c’è dietro le quinte!

[mtbworkshop] Ciao Pablo, e grazie per questa intervista su un tema così delicato e spesso citato da molti appassionati. Prima di entrare nel dettaglio cosa si intende per “artigianalità” per te e quindi per Bright, e cosa si deve aspettare il cliente da un prodotto di vostra fattura?

[Pablo Fiorilli] Produrre in modo artigianale, in Bright, non significa vendere a caro prezzo la carenza tecnologica del “piccolo” ma al contrario significa riuscire a perfezionare ciò che nella produzione in serie non è possibile gestire. L’artigianalità (ciò che gli inglesi definiscono “Craftsmanship” è l’eccellenza di unire la tecnologia agli obiettivi più raffinati. Da questo ogni pezzo prodotto può essere definito “pezzo unico”. Gli stessi controlli di qualità, se gestiti in questo modo, diventano molto più approfonditi e ponderati. Esempio concreto sta nella lappatura degli steli, caso produttivo Bright.

La lappatura degli steli viene in genere fatta con una macchina “sander” automatica verticale con un processo di asportazione di alluminio che genera un micro truciolo che va a rovinare la pietra che graffierà il pezzo. Una “sander-machine” in manuale sarà gestita dalla mano dell’artigiano che sente il truciolo, sente quanta pressione sta attuando sul componente e l’esperienza, la manualità, abbinate alla profonda conoscenza tecnica-teorica dell’artigiano, creeranno un mix che permetterà di ottenere un manufatto di elevato valore tecnologico, pregiato. Certo ci sarà voluto più tempo rispetto ad una produzione in serie, ma tempo utilizzato per sfruttare al massimo un’attrezzatura di qualità elevata, la massima conoscenza e l’esperienza: l’arte dell’essere un vero artigiano. (Vedremo nel dettaglio il processo successivamente [ndr])

[mtbworkshop] Un esempio di quanto detto, ci raccontavi che può essere osservato e confermato in ogni processo tecnologico. Ci puoi fare un esempio magari spiegando alcuni di questi processi dietro la realizzazione degli steli?

[Pablo Fiorilli] Gli steli sono (insieme ai foderi in composito di fibra di carbonio) l’espressione più tecnica, tecnologica ed artigianale della Bright Racing Shocks, perché il processo con il quale vengono realizzati è delicato ed è completamente diverso dal processo usato solitamente (vedi la loro lappatura [ndr]) per una questione di costi e semplificazione dei problemi.
Possiamo dire che ho cercato il metodo peggiore dal punto di vista dei costi e dei problemi, che però riesce a dare caratteristiche di precisione e di scorrevolezza sotto sforzo eccezionali.

Fa parte di quegli aspetti che differenziano fortemente un prodotto di nicchia da un prodotto industriale, perché non è replicabile in modo automatico. Se vuoi quel risultato devi farlo così. E deve farlo una persona con una sensibilità fuori dal comune.
Parlo soprattutto della raddrizzatura e della finitura superficiale esterna. Ma anche del modo in cui i pezzi vengono ossidati, che deve essere controllato da qualcuno di molto esperto e gestito quasi lotto per lotto (soprattutto quando si parla dei colori).
Non voglio addentrarmi nel metodo per ovvie ragioni, ma posso dire che levigare l’alluminio garantendo cilindricità e conicità sotto i 15 microns di errore su tutta la lunghezza, non è facile.
Anzi è molto difficile.

L’uso comune nei prodotti industriali è quello di levigare i pezzi, soprattutto nella fase finale, con un nastro abrasivo che non crea graffi e tensioni superficiali ma di contro asseconda gli errori di forma (ovalizzazioni locali, freccia in lunghezza (piegatura) e conicità) senza riuscire a correggerli.

In Bright abbiamo sviluppato processi specifici (parte dei quali vengono dal mio primo brand “FIMOCO” degli anni ‘90) che prevedono un raddrizzamento del pezzo in macchina e poi una levigatura finale eseguita con pietre che prepariamo in casa, montate su una macchina semi manuale e che levigano il diametro esterno con tolleranze strettissime nell’errore di forma.
Questa operazione è molto difficile perché l’alluminio grezzo è molto tenero e tende a creare dei micro accumuli di truciolo (parlo di microns) che si incagliano nelle pietre e graffiano il pezzo, rendendolo di fatto uno scarto.
Questo è il motivo per cui non si riesce ad industrializzare una lavorazione con utensile rigido.
Per riuscire nell’intento di ottenere una superficie precisa, negli anni, ho preso spunto da quella che ritengo la massima espressione di artigianalità, cioè quella giapponese dei produttori di coltelli e katane.

L’affilatura di questi utensili è legata all’abilità manuale dell’artigiano e alle pietre utilizzate.

Ho messo a punto un utensile che lavora usando delle pietre particolari in un processo lento e molto sensibile.

Guardando gli steli Bright Racing Shocks da vicino si può riconoscere l’inconfondibile tipo di finitura che può sembrare a volte poco perfetta, ad un occhio poco esperto, ma che è, al contrario, molto speciale, scorrevole e autolubrificante.

Qualcosa del genere la si può vedere, a volte, su forcelle special usate nelle competizioni motociclistiche.

Se parliamo di ARTIGIANALITA’ che arricchisce il prodotto e porta ad un costo del tutto riscontrabile nelle performance penso che questa fase di lavorazione delle nostre forcelle sia un emblema assoluto del termine.

[mtbworkshop] Quanto l’artigianalità fornita da Bright può essere un valore aggiunto e quanto entra all’interno del programma custom shop che offrite. 

[Pablo Fiorilli] Soprattutto oggi, ma anche in passato, le aziende di produzione impegnano (a ragion veduta e in modo coerente con la loro missione) la parte progettuale nel creare un nuovo prodotto o un suo aggiornamento per poi concentrarsi in un periodo di produzione per la durata commerciale prevista. A grandi linee questo è il tipo di approccio.

Differentemente un puro artigiano manifatturiero, nel senso classico, da il massimo impegno e ingegno nella realizzazione di un singolo oggetto o di una piccola serie.
Impegno in maggioranza pratico e “artistico” .

Bright Racing Shocks nasce su un presupposto non unico ma comunque particolare e molto preciso: unire tecnologia e processi produttivi industriali e artigianali, utilizzando la migliore scelta step dopo step e legando tutto alla progettazione continua.

In altre parole la sfida era quella di riuscire, DA UNA PARTE, a progettare di continuo sullo stesso prodotto esattamente come fossimo un puro studio di ingegneria che continua non a riprogettare da zero ma a migliorare ogni singolo pezzo all’infinito e al tempo stesso attuare continui test e verifiche a riprova del lavoro di progettazione.  DALL’ALTRA PARTE, in contemporanea, realizzare delle repliche dei prodotti sotto studio utilizzando le più moderne tecnologie unite e completate da una manualità così spinta da sfiorare l’arte.

Questa “sfida” che ormai possiamo dire riuscita, continua a progredire al punto di portare a prodotti che non solo dimostrano sempre più di avere prestazioni sportive di altissimo livello ma che sono veri pezzi unici assemblati per il cliente come accade da decenni per i telai artigianali da strada o per i gioielli.

All’interno di questa logica tecnica, ma anche commerciale, esistono due fasce di prodotto:

– SUPER STANDARD
– CUSTOM SHOP

il SUPER STANDARD rappresenta benissimo quello che ho descritto per tutti i processi. Viene venduto anche tramite alcuni punti vendita “ufficiali” un po’ ovunque nel globo ed è caratterizzato da un tuning “pronto gara” e dalle finiture completamente nere e con escursioni standard (esempio 105 mm per xCO, 130 per All Mountain Skunk ecc).
Il Super Standard è una vera Bright Racing Shocks fatta con la massima cura e assemblata come si assemblano i motori da competizione, calibrando i giochi, integrando le migliori valvole che abbiamo a disposizione ecc..
È destinato più a chi cerca la qualità Bright RS ma punta più alla prestazione sportiva e magari vuole spendere meno avendo anche consegne più veloci.

Il programma CUSTOM SHOP invece è la pura esclusività.
Prima di tutto viene ordinato e discusso solo in forma diretta tra cliente e casa madre, già questo permette una vera cucitura personale di ogni aspetto, tecnico prestazionale ed estetico, sul cliente.
In questo programma, a cui non a caso ho dato il nome di un analogo programma di customizzazione di una nota azienda di chitarre elettriche, non ci sono confini.
Nel CS si costruisce il pezzo, che non verrà riprodotto per altro cliente dal punto di vista estetico, usando materiali diversi (per esempio sul trattamento degli steli e nella scelta della fibra di carbonio per i foderi) e colorazioni diverse, verniciature speciali …. ma anche assetto, travel, comportamento del sistema idraulico e delle funzioni attive/autoregolanti del damper vengono cucite e calibrate sul cliente.

Quando facciamo tuning in questo programma non facciamo un semplice cambio di lamelle e di densità di olio ma arriviamo quando necessario a realizzare valvole e pistoni speciali. Essendo fondamentalmente dei produttori, siamo anche quelli che conoscono le reali logiche di funzionamento dei componenti ed abbiamo le analisi ed i risultati dei test di misurazione e delle simulazioni.

Parliamo di tuning in senso concreto. Questa la possiamo chiamare artigianalità pura, che diventa artigianalità commerciale, perché costruiamo l’ordine sul cliente anche dal punto di vista della vendita.

[mtbworkshop] Cosa “critichi” del concetto di artigianalità che comunemente si utilizza anche tra noi utilizzatori e acquirenti?

[Pablo Fiorilli] Non mi piace o meglio, mi rammarica, il fatto di usare il termine “artigianale” pensando puramente all’artigiano più classico (un telaista, un falegname, un calzolaio, un saldatore) che fa un lavoro spesso metodico ma più caratterizzato da limitate conoscenze tecnologiche (usa una colla ma non ha una vasta esperienza e conoscenza meccanica e chimica sulla struttura dei prodotti, la loro aderenza, la misurazione del decadimento dell’adesione ecc ecc) e normalmente da mancanza di conoscenza approfondita di aspetti come l’industrializzazione dei processi tecnologici e dell’intero ciclo di realizzazione di un prodotto: parlo di ideazione, calcolo dei costi e analisi dei rischi tecnici e commerciali, progettazione, approvvigionamento, produzione, vendita, strategie di service e post vendita…

Un “artigiano” in senso classico si occupa di una cosa e di solito la sua conoscenza è manuale e non scientifica, il resto lo conosce poco. Naturalmente sono veri artisti nel proprio lavoro ma hanno i limiti suddetti.

Un telaista dell’acciaio non sa, spesso, come un tubo trafilato a freddo potrà reagire alla fatica o ad un determinato carico dinamico oppure sa dire per esperienza passata che una data saldatura reggerà ma non sa il perché. Da qui la non possibilità di innovare prevedendo le conseguenze di implementare un nuovo processo o un nuovo materiale.
Anche la stessa prova per test, che è fondamentalmente empirica, si deve basare su conoscenze che determineranno i requisiti di test e di valutazione dei risultati.

Insomma, il modo in cui normalmente viene usato il termine “artigianale” riduce enormemente un risultato che al contrario può essere molto più complesso e completo (e perfetto) di qualcosa che sia invece “industriale”.
Torno sempre a dire che una “macchina” da F1 è artigianale…

 

[mtbworkshop] Che rapporto deve esserci tra tempo impiegato per la realizzazione di un manufatto tecnologico e artigianalità richiesta?

[Pablo Fiorilli] La mia risposta netta, secca, forse troppo dura… è che io cliente non posso, non devo e non voglio pagare per la lentezza e l’inadeguatezza dell’artigiano.

Da cliente devo pagare per avere QUALCOSA! Deve essere una cosa che compro con i soldi.

Può essere bellezza, prestazione, esclusività, qualunque cosa ma deve essere reale. Se “artigianale” deve significare che un processo costa il triplo perché il produttore non ha i mezzi tecnologici o la preparazione sufficiente per avere il massimo non lo chiamo più “valore aggiunto” ma lo chiamo “buttare i soldi”.

Il dosare artigianalità e industrializzazione deve essere una maestria che sa prendere il meglio dalle due cose.

Se faccio un incollaggio con Robot rischio di non valutare bene molte condizioni a contorno del processo (condizione del pezzo, densità della resina, pulizia e ossidazione della superficie del metallo e molto altro) e rischio così di “standardizzare” qualcosa ottenendo il 60-70% del suo potenziale. Se incollo a mano, preparo la resina, verifico la densità, la temperatura reale in stanza, le micro condizioni dei pezzi, le tolleranze di pre-lavorazione e molto altro, allora vado a ottenere il massimo.

Attenzione: questo è un esempio e non significa necessariamente che un incollaggio a gestione robotica (automatizzata) come quello che fa BMW negli impianti di produzione del carbonio sia “sbagliato.. significa però che ogni singolo processo, “visto da vicino” e dall’esperienza (perché poi artigianalità senza maestria ed esperienza sono altrettanto vanificate) riesce a raggiungere qualcosa di superiore. Aperto anche mal misurabile, ma reale.

[mtbworkshop] Manifattura, tecnologia, studio, calcolo, analisi ad elementi finiti, esperienza, manualità sono tutti gli ingredienti necessari per ottenere il massimo in un prodotto finito Bright o c’è dell’altro da valutare?

[Pablo Fiorilli] Tutto da manuale… ma mancano le due cose che pesano per il 90%:

– intuizione
– personalità

Tutti gli elementi che hai descritto sono obbligatori per un prodotto di alto livello, controllato, ben funzionante e di qualità. Ma tutti quei passi rendono in qualche modo “migliore” qualcosa. Quel qualcosa però deve già essere stato immaginato… INTUIZIONE e poi a quel qualcosa va data una sua propria natura, uno stile, una cosa che “parli” al cliente…. PERSONALITÀ

Ogni grande prodotto nella storia nasce da questi due aspetti. Il resto serve a industrializzare, a replicare, a migliorare… a rendere più affidabile, meno costoso (parlo di costi di realizzazione non di prezzo di vendita)…

Faccio un esempio: i prodotti di oggi, al 95% sono copia e incolla… tutti uguali.

Il processo iniziale è:

1- intuizione (ciò che gli altri non riescono a vedere)
2- prototipazione (verifica)
3- commercializzazione… con annessa critica (la massa conosce solo ciò che ha sempre visto), de-valorizzazione, guerre da parte degli autoproclamati esperti del momento (chi vive sulla gloria riflessa di aver “imparato” a capire qualcosa di ormai pubblico non accetta di essere deposto dal ruolo e dover imparare a capire qualcosa di nuovo… parlo naturalmente dei falsi esperti diventati riferimenti),
4- perfezionamento
5- popolarità
6- copia da parte del resto delle aziende (se il prodotto funziona per tutti).

In tutto questo pesa l’originale: INTUIZIONE e anche qui ti do un esempio, una cosa che Henry Ford ripeteva spesso:
“Se avessi chiesto alla gente che cosa volesse, mi avrebbero risposto: Carrozze con più cavalli”….

E poi pesa, come guida nell’intero processo: PERSONALITÀ

Non parlo della personalità di chi pensa e crea il prodotto ma più della “personalità del prodotto”. Viene impressa dal suo creatore ma prende vita propria. Le Ferrari vivono di propria cifra identificativa e non necessariamente ricalca in tutto la personalità di Enzo Ferrari. Il prodotto di passione (qui stiamo parlando più di divertimento quindi biciclette, chitarre, auto, motociclette, arredamento e abiti ma alla fine anche una forchetta può diventare la “tua forchetta preferita”) ti parla e parla la lingua che a te piace sentire.

Deve essere quell’oggetto che tu senti più tuo di altri. E nel quale trovi quella spinta e quella motivazione che cercavi. Il “prodotto di eccellenza” all’interno del suo contesto è qualcosa di vivo. Per questo al di là degli elementi di industrializzazione che giustamente hai citato, quelli che realizzano il vero salto sono: INTUIZIONE & PERSONALITÀ.

[mtbworkshop] Quindi pensi che “sviluppo” sia addirittura più legato a “intuizione” che a esperienza e analisi dei dati?

[Pablo Fiorilli]

Lavorare senza misurazioni, simulazioni e numeri è limitativo, lavorare solo sui numeri è un grande limite che contraddistingue la mancanza di talento e di reale comprensione della materia.

È un classico ricorrente vedere “tecnici” che snocciolano numeri trincerandosi dietro un argomento che li rende fumosi agli occhi del pubblico ma che di fatto non sono capaci di traslare quei numeri in concetti e soluzioni nuove.

Lo sviluppo basato sulla lettura di dati non è innovazione e non è evoluzione, è mediocrità.

Posso citare una frase ricorrente che nella progettazione è considerata l’emblema della mediocrità?
“Si è sempre fatto così” oppure “decenni di esperienza dimostrano che questa è la strada migliore”…

Numeri e incapacità di vedere oltre… quello che dico da sempre. Questo è dovuto al fatto che i “numeri” sono fondamentalmente una misurazione. E si misura sempre qualcosa di esistente. Per questo non c’è reale innovazione.

Per i più appassionati e attenti di sport su ruote c’è una delle più pesanti affermazioni di Mauro Forghieri non molto prima della sua scomparsa che dice sostanzialmente: “non mi piace la Formula Uno di oggi perché le macchine sono fatte con i numeri, analisi e telemetria… ma senza un apporto innovativo sostanziale” in altre parole si perfeziona misurando e aggiungendo qualcosa che segue ciò che già esiste. L’innovazione è altro. Le pietre angolari sono talento e intuizione.
Non sarebbe mai nato il PTFE (commercialmente Teflon) della DuPont se al tempo avessero guardato solo i numeri e non l’intuizione… ma potrei citare centinaia di pietre angolari rappresentate da prodotti e processi che fanno parte dell’evoluzione dell’umanità.

Ho lavorato per qualche anno su un progetto critico che fa parte della macchina LHC (Large Handron Collider) del Cern di Ginevra, che è stata definita all’epoca (appena 10 anni fa) la “macchina più evoluta e complessa della storia dell‘umanità” e cito come esempio questo perché si trattava (si tratta, in quanto ora funzionante) di un unico prodotto, fatto artigianalmente, impiegando le più complesse ed evolute tecnologie e il cui scopo era basato su qualcosa che non esisteva, non era mai stato misurato e si basava completamente su intuizioni e addirittura convinzioni di persone come Higgs (vedi: “Bosone di Higgs, scoperta” su google) o, per citarne un altro, Hawking.

[mtbworkshop] Ti ringraziamo per il tempo dedicatoci e per questo squisito approfondimento tecnico e manifatturiero sul modo di lavorare che è consolidato ed assicurato da sempre all’interno di Bright Racing Shocks!

[Pablo Fiorilli] Grazie a voi per l’attenzione, credo che questi aspetti siano una parte importante del lavoro. Spesso vengono taciuti per ovvi motivi, ma per chi lavora come noi puntando a prodotti di eccellenza l’informazione è importante.
Spesso ci si chiede perché alcuni prodotti siano molto costosi e non se ne conoscono tutti gli aspetti legati alla realizzazione.

Spesso si tende a accostare il termine “artigianale” a qualcosa di meno ricco, ma esistono i casi in cui artigianale significa apportare una quantità di tecnologia talmente importante da ribaltare completamente la situazione. Per noi la scelta del processo, automatica, cnc o artigianale, è qualcosa di molto sensibile.

Personalmente mi chiedo di continuo se e dove operare manualmente, con la sensibilità dell’uomo, e se e come operare in macchina.
Ogni singolo componente ha una storia tecnologica a se.
Prendiamo, o cerchiamo di fare, il meglio per ogni componente. Se il risultato non risponde alle aspettative, cambiamo.

Non siamo macchine noi stessi, sbagliamo… ma posso dire di avere oltre trent’anni di esperienza proprio nei processi tecnologici oltre che nel design e cerco di usarli nelle scelte. Il cliente finale deve essere sempre quello che gode di ogni scelta. E non quello che paga per gli errori di valutazione.

Se siete degli amanti della tecnica, meccanica e della mountain-bike a 360] seguiteci su mtbworkshop.com e rimanete connessi con noi!

Per maggiori info visitate il sito di Bright Racing Shocks

Video e Photo credits: Bright Racing Shocks

About the author

Edoardo

29 anni, Ingegnere meccanico. Grande appassionato di mountainbike fin dall’adolescenza nonchè di outdoor sports, mountaineering, trail building e meccanica applicata allo sport e competizioni. Adoro i single track veloci che alternato tratti flow e con salti naturali ed artificiali di media entità a tratti con radici, rock garden, gradoni in cui tecnica equilibrio e  conoscenza del mezzo vanno messi in primo piano.

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